sabato, 10 ottobre 2009
abisso
L’ABISSO DI MOROZZI
 
I libri di Morozzi hanno durata brevissima, li leggo tutti in un paio di giorni senza prender fiato.
“L’abisso” non lo trovavo in nessuna Feltrinelli, poi un’amica del settore me l’ha procurato.
Comincio a leggerlo, faccio appena in tempo ad entusiasmarmi e sono già alla fine.
Anche in questo libro l'autore sembra essere incatenato lì, nelle solite viuzze del centro di Bologna, tra i litri di birra ingurgitati, tra gli ultras della curva del Bologna, tra le citazioni degli Smashing Pumpkins, la paura di diventare adulti e i sabato sera a Cà de Mandorli.
In queste catene Morozzi è davvero un drago!
Finisci il libro e ne vorresti ancora, come quando finisci le fette di salame al cioccolato mentre stai guardando un film bellissimo.
Ti ha divertito, emozionato e ha saputo stupirti con un grandissimo finale, che Tarantino ne sarebbe orgoglioso.
Questo Morozzi è così naturale e scorrevole che sei obbligato a identificarti talmente tanto nel protagonista che non puoi abbandonare il libro lì sul comodino, devi proseguire finchè gli occhi stanno aperti, devi assolutamente proseguire.
In mezzo ai deliri tardo adolescenziali, alle serate alcooliche, alle prodezze di Carlo Nervo, descrive la fine di una storia d’amore dicendo “Immaginate di masticare cubetti di ghiaccio e poi dopo aver masticato cubetti di ghiaccio, mordere una coperta di lana”.
Ho sentito qualcosa tra i denti ed ho capito che Morozzi nelle sue cose è davvero bravo.
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categoria:libri, recensione, morozzi
martedì, 15 settembre 2009
godanoIL PENSIERO IDIOSINCRATICO DI GODANO
 
Tranquilli non ho mangiato la lettera I del dizionario e nemmeno voglio fare il califfo usando un lessico forbito.
Il fatto è che domenica scorsa, al Festival della Letteratura di Mantova ho assistito alla conferenza di Cristiano Godano (per intenderci il cantante dei Marlene Kuntz) che ogni tre minuti inseriva la parola idiosincratico in una frase.
La cosa intrigante è che, a parte l’uso smodato di questo termine (di cui non vi rivelerò mai il significato), i concetti di Godano sono stati davvero interessanti, mi sono ritrovato a bocca aperta ad ascoltarlo e alla fine non ho resistito e ho comprato anche la sua raccolta di racconti “I vivi”.
A dire il vero non è stato facile reperire questo volumetto, visto che era esaurito un po’ ovunque ma fortunatamente c’è chi mi ha aiutato indirizzandomi nella libreria Feltrinelli in centro a Mantova.
La cosa strana è che il buon Godano non mi aveva mai convinto fino in fondo; devo ammettere che un paio di canzoni sono davvero belle, però non riuscivo a spingermi oltre.
Domenica, invece,  la folgorazione: sotto il tendone mantovano mi spiattella davanti il suo modo di vedere l’arte, sostiene che il musicista non lavora di getto ma opera spesso di precisione cercando anche per settimane la parola musicalmente adatta in una determinata strofa.
Rimango colpito perché è anche il mio modo di concepire la stesura del testo di una canzone.
Divaga poi sul ruolo di scarso prestigio che riveste un musicista in Italia piuttosto che in Inghilterra e anche qua non posso che dargli ragione, racconta del suo modo di scrivere racconti e del suo debutto come attore.
Alla fine mi esalta, in poche parole mi convince del suo grande valore di artista... cavoli però... dovevo accorgermi subito che uno che ha il nome in rima col cognome non può essere altro che un gran artista !
L’incontro con Battiato invece è stato molto più informale di quanto mi aspettassi nonostante l’argomento (si parlava della vita di Giuni Russo) e la location (si svolgeva nel serioso Teatro Sociale di Mantova stipato in ogni ordine di posti).
Il vecchio Franco ha snocciolato perle di rara ironia e non ha divagato sulla fisiognomica, sui film russi dei primi ‘900 e sulle filosofie di Sgalambro.... e tutti hanno applaudito felici e contenti.
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sabato, 11 luglio 2009
mercolE’ GIA’ LUGLIO E IO NO
C’era un libro di Bergonzoni  che si intitolava “E’ già mercoledì e io no”.
Aveva la copertina bianca, i capitoli molto corti e si faticava a cogliere il percettibile filo logico che si snodava tra le pagine .
Era tutto fatto di giochi di parole, ridevi molto ma erano immagini distinte le une dalle altre e alle volte mi chiedevo come potessero legarsi assieme tutte quelle situazioni.
Poi è arrivato luglio 2009, ho scritto una canzone senza senso , quasi non me ne sono accorto, ho ripensato a quel libro.
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categoria:pensieri, musica, libri, ricordi
mercoledì, 08 aprile 2009
bar marghe

GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA

Lo prendo, lo leggo in un battito, così me lo aspettavo e così è stato.

Il libro di Pupi Avati “Gli amici del bar Margherita” non ha segreti.

E’ la storia di un bar del centro di Bologna nel 1954 e come tutti i bar emiliani vecchio stampo  ha dei frequentatori abituali con dei soprannomi esilaranti, conserva in sè storie surreali, risate, litigate, partite a goriziana spettacolari, scherzi e commenti su belle donne.

Pupi Avati ti butta dentro la trama senza tanti fronzoli, ti elenca le regole del bar e comincia a narrare le vicende con una leggerezza che fa scompisciare dal ridere.

I bei ricordi frivoli vanno raccontati così, senza pudore e senza essere troppo descrittivi .

Divoro le pagine e i ricordi personali cominciano a farsi spazio;i  rimandi alle cazzate che ho sentito e sento ancora nel bar che frequento sono una fotocopia in stile moderno di quelle citate nel libro.

Non vi svelo nulla della trama, se avete voglia di qualche ora di sana leggerezza leggetelo …. (e io ultimamente di leggerezze ne ho decisamente bisogno).  

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giovedì, 29 gennaio 2009

solitudeLA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

L'ho terminato un mese fa, l'ho rimesso tra gli altri libri come nulla fosse senza troppa voglia di scriverne una recensione.
A mente fredda mi convinco sempre di più che qualcosa nel libro scricchiola, sarà il finale poco incisivo, sarà che mi aspettavo un capolavoro ed invece mi sono ritrovato con un discreto libro.
L'opera di Paolo Giordano è certamente di buon livello ma arrivare ad esaltarlo come un cult-book mi sembra eccessivo.
Le prime pagine sono ben scritte, un'atmosfera tagliente, a tratti pulp , affascina e stimola il lettore ad una lettura feroce poi tutto sembra scemare nell' eccessiva ricerca di sviscerare l'interiorità dei due protagonisti.
Il romanzo racconta la vita di Mattia e Alice, due personaggi diversi tra loro ma accomunati da tragici eventi accaduti durante la loro infanzia.
Alice porterà sempre con sè le conseguenze di uno sfortunato incidente sulle piste da sci, Mattia invece imparerà a convivere per sempre con un peso: la tragica scomparsa della sorellina Michela.
E' un inizio lancinante con una narrazione spietata che tiene legato il lettore alla cruda realtà degli eventi.
I due protagonisti crescono, diventano adolescenti poi adulti e c'è un impercettibile filo che li tiene sempre legati nonostante storie di vita diverse, nonostante distanze e aspettative diverse.
Nellultima parte del libro Giordano cerca di indagare a fondo nei meandri dell'animo umano,è proprio qui che il libro sembra perdere di tono, inizi a trepidare aspettandoti un grande finale che però non arriva mai.
In conclusione "La solitudine dei numeri primi" è un discreto romanzo, ha un grandioso inizio e una trama ben impostata ma il mio personalissimo voto non va oltre il 7.

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mercoledì, 10 dicembre 2008

zooIsabella Santacroce  - “Zoo”

E’ un librettino minuscolo e apparentemente  innocuo; non mi sarei mai aspettato così tanta crudele bravura.

Isabella Santacroce usa una prosa fatta di frasi corte e taglienti, magistralmente legate le une alle altre. “Zoo” è la storia di una famiglia: padre , madre e una figlia; proprio quest’ultima racconta la sua vita e il morboso asfissiante rapporto con i genitori.

E’ un monologo crudo che diventa angosciante proseguendo nella lettura.

Con una prosa ottimamente costruita incorpora tutti i dialoghi dei tre protagonisti, che non hanno un nome, sono semplicemente il padre, la madre e la figlia.

La tensione appena palbabile all’inizio del libro diventa sempre più presente fino a soffocare il lettore; le sensazioni vengono descritte sempre più minuziosamente e il percettibile velo di cattiveria delle prime pagine si intensifica fino all’inverosimile.  

Quello che colpisce il lettore è il modo stupefacente di esplicitare tensioni ed emozioni attraverso la descrizione minimale di un episodio, di una espressione del viso, di un comportamento.

L’implacabile coltre cruda che avvolge il libro è inquietante (inquietante anche il blog di Isabella Santacroce), la bravura della scrittrice inconfutabile.

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giovedì, 13 novembre 2008

welshIRVINE WELSH – UNA TESTA MOZZATA

Ero un po’ che non leggevo un libro di Welsh.

Dopo poche pagine di “Una testa mozzata” comincio a storcere la bocca  come se il libro emanasse un  odore sgradevole: è che le parole di Welsh fin dalla prima riga sono intrise di fumi alcolici, puzzo di sudore di pub affollati e malsani tanfi di strade scozzesi.

Infatti il libro presenta i tipici canoni alla Welsh: lessico sboccato all’esagerazione, i personaggi stonati in pieno stile Trainspotting, gli ettolitri di birra scura che si scolano tutti i personaggi del libro, bande giovanili dalle mani calde e sfigati in cerca di un futuro migliore.

 Jason , il protagonista, è un inconcludente sfigato del Fife(cittadina nei pressi di Edimburgo), buon giocatore di subbuteo alla rincorsa del titolo di campione di Calcio da tavolo dell’Associazione della  Scozia Orientale.

Vive col padre, estimatore del rapper  50 cent e di giorno non fa praticamente nulla oltre a raccontare storielle grottesco-sconce con gli amici del Goth pub.

Lara e Jenni sono invece due amiche-nemiche,  si dilettano in concorsi ippici, nelle discipline ad ostacoli.

Lara se la cava piuttosto bene, Jenni la invidia , Jason invece si limita  a guardare il cuolo di entrambe.

Fino a metà libro la storia stenta a decollare e ti senti rintronato dalle facili ubriacature dei personaggi, dalla terminologia esasperata e dalle situazioni fumose.

Pian piano però la storia prende vita e sbuca fuori più pungente la grottesca ironia di Welsh; così, tra una bevuta e l’altra ti fai anche due risate.

Ci prendi gusto alle storie degli scozzesi stonati, la lettura diventa vorace e intrigante, il finale con  rissa e forchettata  è degno di menzione ( e forse anche di minzione per restare in tema di sbornie).

Alla fine un bel 6 abbondante me lo lascio sfuggire, ma niente di più, il trascinante-esaltato-ironico Welsh di “Colla” appare lontano.

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lunedì, 01 settembre 2008

sardiniaSARDINIA BLUES

 

E’ un libro che mi hanno consigliato,  il libro che più mi ha appassionato tra le letture estive.

Sullo sfondo di una Sardegna anomala , lontana da discoteche vip e barche di lusso, Falvio Soriga ci racconta di tre ragazzi che si ritrovano, mostrano il loro io, le loro radici, i loro dolori, i loro sogni.

Quel che conta non è la vicenda in sè: sono le immagini, le sensazioni , i sogni, le malinconie di un’estate nella brulla sardegna dei pastori e delle tradizioni popolari lontana dai fasti delle coste più rinomate.

Pani, Corda e Licheri sono fondamentalmente tre sognatori, che cavalcano avventure bohemien in una terra arida e malinconica.

Un po' briganti, un po' poeti vivono appieno la loro estate: un'estate di musica, colori, corpi femminili danzanti, di drink bevuti, di piccoli furti e canne fumate  eppure in questo apparente insistente divertimento un velo costante di malinconia avvolge ogni ogni luogo e ogni pensiero.

Pani , il protagonista, che ha vissuto a Londra con una bellissima ballerina che l’ha lasciato, ritorna alle riflessioni in una Sardegna arida di mutamenti; il suo dolore interiore si fa bruciante nelle pagine in cui descrive la propria malattia.

Con un linguaggio beat, a tratti bukowskiano, Soriga  ci racconta storie, sogni e sensazioni del protagonista e dei suoi amici “pirati” farcendo il racconto con strofe di canzoni degli AfterHours, con citazioni di Capossela o con riferimenti ai più ballati tormentoni estivi.

Le pagine scorrono veloci, dense e a tratti micidiali come una malinconica ballata rock cantata in una caletta solitaria nella più brulla Sardinia fino a giungere al rocambolesco finale e ad una più che suggestiva dedica conclusiva.

"Scrivo queste righe per loro e per chi come loro, si preoccupa della brutalità della fantasia, potenza che sempre, immergendosi nei ricordi, li deforma e tradisce........maleducatamente assorbendo vite e segreti e dicerie e confessioni altrui, restituendo infine bugie,soltanto bugie in forma di storie..."

Flavio Soriga

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domenica, 15 giugno 2008
eraL’era del porco
Leggere “L’era del porco” è come bere tutto d’un fiato una birra gelata quando la sete ti ha seccato ogni parvenza di umido nella gola.
Prendi il libro in mano e potrebbe anche sembrarti un piccolo mattone visto le numerose pagine ed invece, una volta cominciata la lettura non riesci più a fermarti e in un giorno lo bevi tutto d’un fiato proprio come una birra gelata.
I personaggi di Morozzi come al solito hano dei fortissimi richiami col mio vissuto: il protagonista è soprannominato Lajos (da Lajos Detari , mitico attaccante del Bologna) è uno scalcinato scrittore e suona in una sgangherata band bolognese.
Già dalle premesse il libro mi entusiasma, la feroce e per niente velata ironia di Morozzi dilaga in ogni riga mentre il centro di Bologna fa da sfondo perfetto.
E' uno spaccato pungente della vita di questo scrittore alle prime armi che si barcamena tra improvvisati concerti , saltuari lavoretti notturni, serate alcooliche con gli amici, citazioni musicali, sogni e una travagliata storia d’amore con Elettra , indecifrabile ragazza-chitarrista dall’aspetto dark e dall’enigmatico comportamento.
Intorno a Lajos si dipanano anche le vicende dei suoi migliori amici : la Betty , cantante dalle discutibili doti vocali ma dalle enormi bocce, l’Orrido, un motociclista metallaro dedito all’alcool e al pogo, Lobo, il triste e taciturno sosia di Kurt Cobain.
Poi c’è l’osteria di Ringo con la seranda semiabbassata dove si beve vino rosso della casa e non quelle altre bevande da fighetti, c’è una Panda scassata, i concerti di Dylan, l’ormone sempre a palla, le partite del Bologna, pochi soldi e molte cazzate giovanili.
Libro imperdibile per i giovani sognatori rockettari di Bologna e zone limitrofe.  
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martedì, 12 febbraio 2008
desperoDESPERO

Se non suoni in un gruppo, non bazzighi nei dintorni di Bologna, la musica rock non ti esalta particolarmente e il Bologna non è la tua squadra del cuore potresti trovare "Despero" di Morozzi un volumetto post adolescenziale poco interessante.
Io l'ho letto in poche ore, tutto d'un fiato, l'ho trovato dissetante almeno quanto un bicchiere d'acqua fredda nella più torrida giornata estiva.
Ho fatto un ripasso dei ricordi degli ultimi quindici anni, delle band costruite e disfatte in breve tempo, dei gol di Marronaro quando i rossoblu erano ancora in serie A, delle serate rockettare al Vox o al Corallo e delle cotte da diciassettenne.
Morozzi ha una scrittura semplice e scorrevole, giungi al'ultima pagina quasi senza alzare mai gli occhi dal libro.
"Despero" è il nome della rock band formata da Kabra e soci ed intorno a questa formazione si snodano le vicende narrate nel libro; Sarah è l'icona femminile, segretamente amata dal protagonista, "Crepuscolo" è il singolo che porterà fama e fratture nel gruppo, gli Zeronero la band "rivale" dei Despero, Bologna la città natale dei personaggi.
Ci voleva proprio un bel libro di Morozzi rock, semplice e realista per risvegliarmi i lontani ricordi del doposcuola e per ravvivare la voglia di provare col gruppo dopo un bel po' di giorni di sosta.
Nota a margine: toglietemi dalle mani il cd dei Baustelle che sto facendo indigestione!
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