domenica, 04 ottobre 2009
EstragonACCREDITATO AGNELLI
Era impensabile perdersi il concerto degli After all’Estragon di Bologna con il mio nome compreso nella lista degli “Accreditati Agnelli”.
Mi hanno  appiccicato l’adesivo fosforescente “Local Crew” sulla maglietta e concesso di vagare indisturbato nel locale.
Il concerto comincia puntualissimo e già dal primo pezzo si capisce che Manuel è in gran spolvero.
Partono bordate rock di notevole energia, dalle parole di Manuel  si avverte che l’Estragon è un posto molto caro agli After ed il concerto è entusiasmante.
La scaletta ricalca quella di Modena ma sotto il tendone c’è una carica dieci volte più forte.
“Milano Circonvallazione Esterna” è incredibilmente devastante con gli After praticamente assorbiti in un trance psichedelico che quasi stordisce l’ascoltatore.
“Musa di nessuno” lascia sempre strascichi di ricordi e quando si comincia a ripetere “Io che non so, io che non so…” rimani sempre qualche secondo in più a pensare.
C’è un gran caldo  e il pogo su “Lasciami leccare l’adrenalina” e “Dea” non fa altro che scaldare ulteriormente aria e animi.
E’ un concerto lungo ed intenso con molti pezzi distorti e qualche brano lento per riprender fiato.
L’energia è fatta da una band bagnata fradicia di sudore, da un copioso lancio di plettri (che ogni dieci minuti l’addetto doveva rimpinguare il porta plettri sull’asta del microfono di Agnelli), da un numero impressionante di sputi per aria di Manuel, dalla notevole adrenalina di Dell’Era che mentre canta “Tutti gli uomini del presidente” colpisce in pieno il microfono con il manico del basso con conseguente rumore secco inquietante.
Non so, sembra che questi rocker datati acquisiscano energia con l’età, ottimo stimolo per andare a vedere altri live.
postato da: tage alle ore 10:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:recensione, concerti, afterhours
sabato, 12 settembre 2009
luciconcertANDIAMO A VEDERE LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
 
Vasco Brondi te lo aspetti come un giovane con i pensieri  di un anziano ed invece è giovane dentro e fuori. Durante tutto il concerto ce le ha urlate in faccia tutte le sue canzoni, addirittura si sposta dal microfono e arriva fino a bordo palco e senza amplificazione ci grida a mezzo metro di distanza le strofe più significative.
No so se definirlo più cantante o teatrante perché contano molto i suoi sguardi persi nel vuoto, le parole prima sussurrate poi gridate a squarciagola, il suo crederci fino allo spasmo tanto da sembrare quasi eccessivo.
Una cosa però è innegabile: Brondi comincia il concerto e tu sotto il palco ti ritrovi in una sorta di suggestione, c’è un pathos surreale che ti vien da star zitto ad ascoltare le frasi di una rivoluzione di provincia, le metafore irreali, l’emarginazione più cruda, i luoghi più devastati di una Ferrara disperata.
Trasuda emotività ed è talmente esasperato che sembra che abbia vissuto 70 anni portando con sé una interiore rivolta dal degrado sociale, dalla droga, dalla disperazione dei dormitori, dalle notte passate in stazione, dagli spacciatori tunisini, dalle corse strafatti in ospedale.
Trasmette emozioni , le senti vibrare nelle sue urla distorte, però ti chiedi anche come possa aver vissuto a soli 25 anni tutta quella straziante realtà che racconta, che oltretutto personalmente associo ad una generazione di trent’anni fa.
Forse però penso troppo, quello che conta è lasciarsi prendere da un concerto che per le parole, per i gesti e il modo di cantare ti tiene lì bloccato come se ti trovassi davanti ad un nuovo modo di  far musica e di raccontare la vita tra il reale e il surreale, tra metafore, citazioni, immagini distorte e devastanti.
Quando ossessivamente si strappa le corde vocali per gridare “Andiamo a dare fuoco ai tramonti, andiamo a vedere i cantieri delle case popolari, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città” senti nelle vene la rivoluzione, ti vien voglia di unirti al suo grido e ti rendi conto che in fondo ti ha sconvolto.
“Per combattere l’acne” l’ho cantata tutta piano perché in alcune metafore è facile riconoscersi e c’è quella cosa del rifare l’asfalto che ti spacca a metà.
Il finale con “I tuoi capelli sono fili scoperti e nastro isolante e fili scoperti….” l’avrei continuata a sussurrare piano per altri tre minuti e non so bene perché.
Il concerto dura poco ma un concerto così deve durar poco, deve essere una botta che sconvolge e finire lì.
C’era chi mi aveva detto che un concerto delle Luci non era un vero concerto se Vasco non veniva a fare il bis in mezzo al pubblico.
Non ha sementito le attese e ce lo siamo visti lì a dieci centimetri con la sua chitarra piena di nastro isolante a cantarci il bis come se fossimo al parco in una sera d’estate.... ed è stato un gran bis.
postato da: tage alle ore 12:06 | Permalink | commenti
categoria:musica, recensione, concerti, le luci della centrale elettrica
domenica, 30 agosto 2009
aftersQUEL LUPO DI AGNELLI – GLI AFTERHOURS A MODENA
Contro ogni più rosea previsione il concerto degli Afterhours inizia prima delle dieci,  io arrivo in ritardo e scendo dall’auto che già stanno suonando “Ballata per la mia piccola iena”.
Mi catapulto sotto il palco e inizio a godere del distorto delle chitarre di Manuel e soci che sembrano essere decisamente in forma.
La camicia rossa di Agnelli lascia ben presagire .
La voce è più potente rispetto ad altri concerti degli After.
Gli altri regaz sono rimasti indietro, io mi incuneo fino a due metri dalle transenne, intravedo un volto conosciuto.
Bello ritrovarsi lì, a pochi passi dal palco, due dispersi che hanno lasciato indietro gli amici e si sono incontrati sotto il palco uniti nel marasma.
Il suono è devastante, perfetto come non mi aspetto.
 “La fine è la più importante” la ascolto quasi in apnea data l’interpretazione da brividi; su “Musa di nessuno” mi arriva un sms che rimango interdetto un secondo poi mi vien da cantare “..che non sa di niente ma di teee…”.
Roberto Dell’Era usa il suo formidabile falsetto per cantare “Tutti gli uomini del presidente” e si comincia a saltare, su “Dea” iniziano a muoversi troppo lì davanti e si rischia il pogo degenerato.
Guardo la mia compagna di concerto, ci chiediamo quale sia la migliore canzone degli After e Manuel intona “Strategie” come a suggellare la nostra domanda.
C’è una gran carica sotto il palco, “Riprendere Berlino” la canto a squarciagola in particolare la strofa che  inizia con “Non sarebbe bello non farci più del male…” perché chiunque tu sia non riesci a resistere senza associare questa strofa ad un pezzo della tua vita.
Dopo uscite e rientri sul palco, Manuel si mette al piano e fa un qualcosa di straordinario, una cover di “What a wonderful world” che la senti sulle braccia nude, c’è un gran caldo e mentre canta senti un brivido freddo.
Continua al piano con “Ci sono molti modi” e non puoi esimerti dall’urlare “Lo sai che l’amore è una patologia saprò come estirparla via”… ti guardi intorno e sembrano tutti emozionati.
Il palco è di nuovo vuoto ma non posso credere che gli Afterhours se ne vadano senza “Bye Bye Bombay” e “Il sangue di giuda” mentre l’arena del lago stipata incita il loro rientro….
Dell’era si presenta a petto nudo sul palco, Manuel inzia il riff, comincia a cantare la strofa e lascia a noi il ritornello ed è come un boato compatto e preciso che grida “Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va”.
C’è anche tempo per “Il sangue di Giuda”, la mia complice sotto il palco mi guarda e mi indica col ditino per indicarmi che questa è la sua canzone preferita.
E' un bagno di emozioni e sudore di più di due ore,  il miglior concerto degli After a cui ho assistito.
Cala il sipario,  “Il mio ruolo” non l’hanno fatta.
A concerto finito ti vedo, anche tu eri lì a emozionarti dieci metri dietro me, mi fai notare che “Il mio ruolo” non l’hanno fatta e mi vien da sorridere….  
 
postato da: tage alle ore 16:42 | Permalink | commenti (5)
categoria:recensione, concerti, afterhours
venerdì, 21 agosto 2009
scarpaLЁGGERE PAROLE LEGGЁRE
 
Nonostante l’afa che continua imperterrita ad appesantire la pianura padana sento le mie parole diventare leggere ed alle volte leggerezza è tutto quello che serve per stare bene.
Ti vien voglia di scrivere qualcosa di meno impegnativo, qualcosa che lasci spazio ai respiri e all’ironia, perché in fondo anche Geroge Benson (uno dei migliori chitarristi jazz e cantante stratosferico) ha ottenuto i più grandi successi abbandonandosi alla leggerezza del pop con canzoni come “Give me the Night”.
E quanta leggerezza c’era sul volto di Usain Bolt che ha polverizzato il record mondiale dei 100m e dei 200m con la stessa naturalezza con la quale mangerebbe un panino al prosciutto.
Chi cantava “Roviniamo la moquette con la nostra gravità” aveva spiegato tutto in una strofa perciò per il momento me la prendo leggera, che non calpesto nemmeno i pavimenti ma provo a galleggiare.
Intanto dal Giappone mi comunicano della Yattaman mania  e mi torna in mente il maiale che sale sulla palma meccanica dicendo "anche un maiale sa salire su un albero quando viene adulato".
Da qui vicino invece mi informano del concerto degli After a Modena venerdì prossimo... imperdibile direi.
 
 
postato da: tage alle ore 08:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:pensieri, musica, ricordi, concerti, afterhours
lunedì, 10 agosto 2009
pioggiaestVISIONI NEL VENTO
 
Ho visto alberi da frutto piegati dal vento.
Tra loro era tesa una corda e ad essa erano appesi degli specchi che lanciavano bagliori accecanti e spaventapasseri improvvisati.
Io sulla bicicletta da corsa su quelle strade di campagna faticavo a pedalare controvento e perdevo lo sguardo e i pensieri sui campi immensi sferzati da folate violente e improvvise.
Ho visto un servizio su Lindo Ferretti dove si parlava del suo percorso di conversione dal  soviet-punk dei CCCP alla fede cristiana, alla musica liturgica e agli scritti di Papa Ratzinger.
Non mi è sembrata una cosa strana, Ferretti forse non è mai stato un cantante (e anche lui non si definisce come tale), ha sempre saputo giocar bene con le parole, con i titoli ad effetto e con le cantilene, è stato un precursore del punk italiano, uno d’avanguardia ma legato indissolubilmente alle radici emiliane.
Nonostante l’Islam punk , le forme, le sostanze, i battaglieri e le cupe vampe io ho sempre ritenuto che “Annarella” sia la canzone più bella e significativa dei CCCP ed è strano ricordare Lindo Ferretti per una canzone d’amore.
C’era vento anche Sabato alla “Festa della Libertà” di Zocca, c’era anche tantissima gente e una scarna pioggia.
I tre gruppi che suonavano in contemporanea sapevano di  spento. Forse mancava qualcosa o qualcuno.
Domenica sera in Villa invece ritrovo volti noti sopra il palco.
Hanno suonato in maniera impeccabile le cover dei Rage, non me li aspettavo in questa nuova veste.
E’ stato positivo caricarsi l’anima con “Killing in the name” e “Bullett in your head”, nota di merito ai “Guerrilla Radio”.
 
“Lasciami qui lasciami stare lasciami così, non dire una parola che non sia d’amore” CCCP-Annarella
 
“Soffia un vento fortissimo mentre tu fai finta di dormire….Mi ripeti se stai bene tu sto bene anche io e mi viene da ironizzare”   Morgan – La comprensione
postato da: tage alle ore 10:27 | Permalink | commenti (1)
categoria:pensieri, musica, ricordi, concerti
mercoledì, 15 luglio 2009
gazzeCHI FA DA SE’ FA GAZZE’
Sonica Bassa Music Festival, quattro anni dopo, stessa location, stesso palco, stesso artista: Max Gazzè.
Nel 2005 ero rimasto entusiasta della sua performance live, saltavo esaltato come un poppante sotto il palco cantando a memoria  i suoi pezzi più famosi fino ad arrivare alla completa estasi musicale durante una ottima elaborata cover di  “Message in a bottle”.
Son passati gli anni, le zanzare continuano a invadere il sotto-palco del Sonica, il sottoscritto prepara l’occhio clinico e apre il mantello alle emozioni.
Sul palco arrivano in tre, un batterista un po’ spaesato, un chitarrista indeciso e il buon vecchio Max che oltre al basso e al microfono posa al suo fianco uno striminzito sintetizzatore.
Gazzè tiene a precisare che è una formazione sperimentale, i tre si guardano e attaccano, la musica esce poco definita, sento già dal primo pezzo una piattezza inusuale per Max.
Si prosegue e il trend iniziale si conferma, il chitarrista non fa altro che accordi, nemmeno un assolo gli esce dalle corde, il batterista guarda Gazzè in continuazione come se dovesse essere imboccato.
Allora ci pensa il prode bassista a tenere su di peso tutto, smanetta sulla minitastiera, suona il basso in maniera sublime e tampona ogni possibile carenza di base ritmica e come se non bastasse canta.
E’ un concerto traballante e per stemperare l’indecisione evidente Max chiama sul palco dei ragazzi del pubblico a fare i cori su “Favola di Adamo ed Eva” mentre quando è la volta di “Una musica può fare” fa un impastone con “We will rock you” dei Queen in modo da coinvolgere gli spettatori.
Il pubblico applaude ma Max deve fare gli straordinari e inventarsi espedienti per non far scadere il concerto in un live piatto e monotono.
Che dire..... bravo Max, è sempre un piacere venirti a sentire…ma se posso permettermi un consiglio, magari alla prossima scegliti una formazione un po’ più rodata.
postato da: tage alle ore 19:39 | Permalink | commenti (2)
categoria:musica, ricordi, recensione, concerti
lunedì, 06 luglio 2009
Dente-046PROPRIO UN BEL DENTE
 
Il concerto di Dente è la boccata di aria fresca al Friction Festival.
Mi ero da poco sparato un noiosetto “Rockumentary” sugli OfflagaDiscoPax e qualche canzone stantia barcamenandomi tra un palco e l’altro.
Alla fine arriva Dente, come il titolo di quel film con Ben Stiller e arriva qualcosa di diverso.
A mio avviso non più del 10% del pubblico conosceva Dente eppure tutti alla fine si sono trovati partecipi di un clima poetic-divertente che aveva qualcosa di decisamente più originale di tutto il resto.
Sotto il palco ci sono le sedie e la gente sta seduta durante i pezzi ballabili e si assiepa (forse assiepa è un termine un po’ forte per poche decine di persone) durante i lenti, Dente commenta ironico ma in fondo sembra contento.
Sto Dente è proprio bravo a suonare la chitarra (peraltro chiusa col nastro isolante), che alla fine è meglio il live sul misero palco del Friction che il cd… saltella e scodinzola come un cane che sa bene come rendersi simpatico al pubblico padrone.
Ci sa fare, sa presentare e commentare i suoi pezzi, è ironico e poetico, è uno che sembra faccia musica d’altri tempi però se ci guardi bene ci mette sempre quegli accordi ”settimi” e quei “do peggiori” (come dice lui) che di banale non hanno proprio niente.
E sul tormentone “Che begli occhi che hai, chissà come mi vedi bene…” non puoi non sorridere e muovere il piedino.
E’ che ha dei testi che spiazzano, la musica è un indie-sofisticated-retrò-orecchiabile che ci sta a pennello.
Se vi devo dare una spiegazione logica vi posso dire che anche a me come Dente  “piacciono le ragazze con le doppie punte e le macchine senza le multe”.
postato da: tage alle ore 19:24 | Permalink | commenti (4)
categoria:pensieri, recensione, concerti, dente
mercoledì, 01 luglio 2009
Tito&tarantulaIL MESSICANO A LEVIZZANO OVVERO I Tito & Tarantula
Cosa ci faccio nella corte del castello di Levizzano con un braccialetto al polso modello villaggio 4 stelle all inclusive? Mi godo una massiccia dose di rock & roll Tex-Mex di quei  “desperado” di Tito & Tarantula.
Quentin Tarantino aveva avuto la vista piuttosto aguzza quando li ha selezionati per interpretare loro stessi all’interno del Titty Twister , il famoso locale del film “Dal tramonto all’alba”.
Tito Larriva & co. sono una band da malfamato locale messicano dove i clienti si sbronzano ballando un secco rock anni 70 condito con tequila, chili e tapas.
Nonostante il palco di Levizzano sapesse più di Lambrusco che di Tequila, nonostante la location non fosse proprio malfamata, malgrado tutto, quando i quattro Mex-Rockers sono saliti sul palco mi è sembrato per un attimo di essere al Titty Twister.
Tito cantava alla sua maniera sporca e rantolante , il chitarrista barcollava con gli occhi socchiusi con la sua faccia da messicano in fuga, la bassista sembrava appena uscita da una comparsata in Kill Bill.
Quando poi lo svalvolato spettatore mezzo nudo è salito sul palco, ha strappato il microfono a Tito e ci ha urlato dentro “Il rock & Roll è morto”, ho capito che Levizzano è molto più rock di quello che pensassi .
Tito & Tarantula suonavano e sudavano, noi sotto il palco saltavamo e sudavamo , il rock incalzava e non si poteva far altro che assecondarlo.
Poi arriva l’inconfondibile intro di “After Dark”, alcune ragazze si fanno trascinare sul palco da Tito, mi aspetto che da un momento all’altro esca Salma Hayek col serpente.
Sotto il palco la gente si carica ulteriormente, il finale del pezzo è un muro di chitarra distorto con sopra le grida rauche di Tito, il pubblico attende che  i Tarantula si trasformino in vampiri…niente da fare, ma è un bel concerto lo stesso.
Gran finale che arriva con “Cucarachas enojadas” (che non so se si scrive così ma fa lo stesso).
Tito si esalta, il pubblico si scatena, torna lo svalvolato mezzo nudo, ruba asta e microfono a Tito sgusciando da sotto il palco e comincia a urlare “Cucaracha fumando marjuana”…. e penso che la corte del castello di Levizzano  sia il luogo ideale per il concerto dei Tito & Tarantula.
postato da: tage alle ore 20:24 | Permalink | commenti (2)
categoria:musica, film, concerti
martedì, 26 maggio 2009
bianca reggioNOTTE BIANCA
 
Alla notte bianca di Reggio Emilia c’era tutto quello di cui avevo bisogno, tutto tranne il parcheggio.
Qualche chilometro a piedi però ci ha fatto bene; c’era la bolgia, quella che sembrava che il mare fosse d’improvviso arrivato in città.
C’era una via nascosta , una mostra allestita in una palazzina spettrale con un cortile interno e i balconi che vi sia affacciavano dentro.
Quadri inquietanti appesi male, sedie da barbiere, sculture elettroniche con cuori pulsanti fatti da alimentatori da pc, fotografie del nulla che davano un senso profondo.
Interessante.
Si è trovato anche il modo di parlare di introspezione e di senso artistico delle cose in un sabato sera festivo; fate male a introdurre certi argomenti perché io con sti discorsi mi infervoro.
Carboni invece continuava a suonare in una piazza asfissiata dal caldo e dall’ammassarsi delle persone alle transenne; ho sentito le ultime due canzoni da dietro il palco perché due erano più che sufficienti.
Il gruppo in zona universitaria invece suonava bene, lì mi sarei fermato dieci minuti di più, ma c’erano troppe cose da vedere.
Serata di amici, musica, arte, pepite d’oro e tavoli fatti con bobine di cavo.
postato da: tage alle ore 20:46 | Permalink | commenti (3)
categoria:pensieri, musica, ricordi, recensione, concerti
sabato, 09 maggio 2009
millimUN MILLIMETRO
 
Imbiancare il salone di casa mi ha fatto bene, mi ha fatto bene salire e scendere dal ponteggio, bucare il muro per appendere, tirare cavi, collegare faretti, fissare, pulire, cablare, pensare alla praticità dell’ordine di una stanza di casa.
Studiare minuziosamente: calcolare al millimetro ogni piccolo spostamento con esagerata geometria.
Insieme all’ordine di casa è arrivata una impercettibile calma.
Ora si può scrivere delle emozioni che hanno ballonzolato improvvisamente tra l’entusiasmo smisurato di una vittoria all’ultimo minuto e la più amara delle sconfitte.
Le sensazioni opposte sembravano così vicine che bastava spostarsi di un millimetro per cadere dalla più esaltante gioia ad una desolante tristezza.
Il lavoro incessante ha distratto la mente dall’altalena emotiva.
Poi il millimetro ha assunto un altro significato ovvero il primo passettino di avvicinamento in una distanza silenziosa non quantificabile al momento.
Oltre a questo nulla si può dire perchè indagare razionalmente sull'amore e sul futuro è impossibile.
Infine c’è stato il concerto di Allevi al Teatro della Celebrazioni a Bologna: sublime.
Piano solo 2009, il titolo del concerto:lui sul palcoscenico, un pianoforte e una luce ad illuminare l’artista e la sua materia da plasmare.
Ascoltavo estasiato e rimuginavo sulla meraviglia del come un grande artista riesca a trasporre tutta la sua sensibilità in musica.
Il tocco di Allevi è magico, il suo modo di dare vita alle note è devastante, alle volte sembra creare suoni anche con le mani sollevate dal pianoforte.
Finisce una melodia perfetta che è il sunto geniale  di emozione e tecnica e con inverosimile timidezza prende in mano il microfono.
Si inchina, si stringe tra le sue braccia come un bambino al massimo dell'imbarazzo e della commozione, saluta il pubblico intimidito e ringrazia.
Se ne va e ritorna per il bis più volte, sembra davvero commosso e io almeno quanto lui.
postato da: tage alle ore 00:34 | Permalink | commenti (2)
categoria:pensieri, diario, concerti, fragile