ANDIAMO A VEDERE LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
Vasco Brondi te lo aspetti come un giovane con i pensieri di un anziano ed invece è giovane dentro e fuori. Durante tutto il concerto ce le ha urlate in faccia tutte le sue canzoni, addirittura si sposta dal microfono e arriva fino a bordo palco e senza amplificazione ci grida a mezzo metro di distanza le strofe più significative.
No so se definirlo più cantante o teatrante perché contano molto i suoi sguardi persi nel vuoto, le parole prima sussurrate poi gridate a squarciagola, il suo crederci fino allo spasmo tanto da sembrare quasi eccessivo.
Una cosa però è innegabile: Brondi comincia il concerto e tu sotto il palco ti ritrovi in una sorta di suggestione, c’è un pathos surreale che ti vien da star zitto ad ascoltare le frasi di una rivoluzione di provincia, le metafore irreali, l’emarginazione più cruda, i luoghi più devastati di una Ferrara disperata.
Trasuda emotività ed è talmente esasperato che sembra che abbia vissuto 70 anni portando con sé una interiore rivolta dal degrado sociale, dalla droga, dalla disperazione dei dormitori, dalle notte passate in stazione, dagli spacciatori tunisini, dalle corse strafatti in ospedale.
Trasmette emozioni , le senti vibrare nelle sue urla distorte, però ti chiedi anche come possa aver vissuto a soli 25 anni tutta quella straziante realtà che racconta, che oltretutto personalmente associo ad una generazione di trent’anni fa.
Forse però penso troppo, quello che conta è lasciarsi prendere da un concerto che per le parole, per i gesti e il modo di cantare ti tiene lì bloccato come se ti trovassi davanti ad un nuovo modo di far musica e di raccontare la vita tra il reale e il surreale, tra metafore, citazioni, immagini distorte e devastanti.
Quando ossessivamente si strappa le corde vocali per gridare “Andiamo a dare fuoco ai tramonti, andiamo a vedere i cantieri delle case popolari, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città” senti nelle vene la rivoluzione, ti vien voglia di unirti al suo grido e ti rendi conto che in fondo ti ha sconvolto.
“Per combattere l’acne” l’ho cantata tutta piano perché in alcune metafore è facile riconoscersi e c’è quella cosa del rifare l’asfalto che ti spacca a metà.
Il finale con “I tuoi capelli sono fili scoperti e nastro isolante e fili scoperti….” l’avrei continuata a sussurrare piano per altri tre minuti e non so bene perché.
Il concerto dura poco ma un concerto così deve durar poco, deve essere una botta che sconvolge e finire lì.
C’era chi mi aveva detto che un concerto delle Luci non era un vero concerto se Vasco non veniva a fare il bis in mezzo al pubblico.
Non ha sementito le attese e ce lo siamo visti lì a dieci centimetri con la sua chitarra piena di nastro isolante a cantarci il bis come se fossimo al parco in una sera d’estate.... ed è stato un gran bis.