CANZONE 51
Il Bar di PonteNiro era cinquanta metri quadri con un bancone stretto stretto appoggiato in un angolo, una decina di tavolini ammassati gli uni vicini agli altri e una barista cinquantenne bersaglio delle battute dei frequentatori abituali.
Brando era il miglior giocatore di Pinnacolo del paese, baffi bianchi e occhiali da vista sempre appannati.
Faceva coppia con Fernì un tipo taciturno che abitava da solo nella vicina cittadina di Bregoli.
Ogni sera giocavano a carte contro due pensionati ultrasettantenni che alle undici uscivano dal bar imprecando per aver perso la partita.
Milo era invece un osservatore, uno di quei personaggi che non giocano mai a carte, si siedono dietro ad un giocatore e alla fine di ogni mano dicono una frase del tipo "Io non avrei giocato così" oppure "dovevi mettere giù prima la matta".
Quella domenica Fernì era a casa a letto con la febbre a 38 così Brando scelse Milo come compagno; partita secca ai duemila contro i soliti vecchietti.
Brando mise giù la matta e Sonia entrò nel Bar per comprare un pacchetto di Multifilter morbide.
I capelli lunghi e il seno prorompente avevano sospeso i respiri di Benny e Rex che seduti in un tavolo chiacchieravano di calcio.
Dopo pochi minuti Sonia usciva con le sigarette in mano e con due certezze: la prima che Rex non avrebbe risparmiato un commento sconcio sulle sue tette , la seconda che le sue tette sarebbero rimaste sempre il più lontano possibile da Rex.
- per me non ti caga nemmeno di striscio - aveva detto Benny al compare che come preventivato aveva espresso il suo commento piccante.
- scommettiamo una birra che entro l'anno ci esco una sera ? -
- se vuoi ci scommetto anche la casa -
Rex era più di cento chili tra muscoli ben distribuiti nelle braccia e grasso mal distribuito nella pancia.
Il look trasandato e le bestemmie che partivano qualsiasi discorso si affrontasse non erano un gran biglietto da visita; considerando che Sonia non camminava ma volteggiava sulle sue arie snob con una laurea in psicologia in tasca e un fidanzato direttore di banca, le speranze per Rex erano davvero minime.
- scommettiamo una mangiata di pesce dal Fez -
- ok - disse Benny e strinse la mano al corpulento amico.
- Rex... quella è la donna per te - disse Milo sollevando gli occhi dalle carte con ghigno sarcastico.
- Pensa a giocare - lo redarguì Brando.
- Rilassati Brando, siamo avanti di quattrocento punti -
Rex quella domenica era più trasandato del solito, un ciuffo di capelli rimaneva impettito puntando verso nord, un altro rimaneva aderente al cuoio capelluto come incollato.
Sul ciuffo dritto Brando si era già espresso con una battuta più che scontata su una presunta analogia con ciò che aveva nelle mutande.
Questa era la domenica al Bar di Ponteniro, Ligabue ci scriverebbe sopra la nuova hit, un nuovo film o un nuovo libro ma io non sono Ligabue.
Io sono un balordo arrabbiato col mondo con i capelli rasati , i tatuaggi sulle braccia e cinquanta canzoni scritte a mano in un quadernino a quadretti grandi riposto nel comodino dalla mia parte del letto.
La prima volta che entrai nel bar di PonteNiro era una domenica e avevo una chitarra a tracolla.
Presi un caffè e cominciai a suonare un mio brano in piedi su una sedia.
Nessuno mi interruppe, molti ascoltavano e mi guardavano con aria perplessa, alcuni mi squadravano come se fossi ammattito e Brando sembrava ipnotizzato dai tatuaggi sulle mie braccia.
- Oh...suonatore... siamo al bar qui mica a un concerto – se ne uscì Milo con un italiano dal vago sapore dialettale.
- Al so – risposi in dialetto bolognese e sorrisi
Per chi non l’avesse capito il sottoscritto ha la bellezza di 58 anni e i capelli bianchi e non c’entra niente con i punk che girano con i cani il sabato sera in piazza a Bologna.
Sono un agricoltore che da quarant’anni lavora la terra lasciatami da mio padre.
Mio padre era uno di quegli uomini con le mani grandi che non usava le presine quando svuotava nel lavandino la pentola di acqua bollente dove aveva cotto la pasta.
Non avevo mai giocato a Pinnacolo.
Quella domenica dopo aver cantato una delle cinquanta mie canzoni appoggiai la chitarra in un angolo e mi sedetti dietro a Brando.
Seguii minuziosamente come teneva le carte, quale scartava e quale tris valeva la pena appoggiare sul tavolo.
Non ho mai capito perchè lo chiamavano Brando e sinceramente non trovai nessuna somiglianza con Marlon Brando l’attore.
Non cantai più dentro al bar dopo quella volta ma il soprannome “Il suonatore” ormai me lo ero conquistato e da quel giorno tutte le volte che entravo nel Bar di Ponteniro Milo se ne usciva con
- Vhe mo che c’è il suonatore –
Potreste pensare che questa storia abbia un seguito, che io sia diventato un gran giocatore di Pinnacolo oppure che abbia insegnato a suonare a qualcuno del bar.
La storia invece è molto più semplice, ho cominciato a frequentare il bar più assiduamente ma dopo aver bevuto il caffè mi sono sempre seduto vicino ad uno dei giocatori e ho seguito le loro pinnacolesche imprese, senza parlare, senza cantare, con una curiosità sempre crescente nel vedere come avrebbe giocato oggi Milo, Brando, Fernì o gli altri della combriccola.
Quello mi bastava.
Dentro quei cinquanta metri quadri dove non c’era altro che Pinnacolo, chiacchiere calcistiche, commenti sconci sulla Sonia e odore di caffè si era creato un ecosistema di cui è bello far parte nonostante la snervante monotonia.
Dentro questi schemi ancor oggi mi ritrovo e la voglia di suonare in piedi su una sedia del bar è svanita completamente nonostante ogni tanto Milo mi appoggi una sedia di fianco dicendo
- Mettiti mo qui sopra a farci una cantatina –
E mentre gli sorrido sento che non ho più una canzone numero 51 e che quel quadernino con i quadretti grandi è un bel po’ che non lo tocco e per la prima volta penso ai 59 anni che ormai stanno per scoccare.
L’ultimo cd di Ligabue non mi fa poi così schifo.
Rex intanto sbraita ancora dietro le forme della Sonia e un po’ lo invidio, avrà pagato almeno cinque cene di pesce a Benny eppure non cede, MAI.
Io non so se ho ceduto agli anni, alla monotonia o alla realtà ma la canzone 51 non esce fuori e non ho nemmeno voglia di mettermi lì e sforzarmi di scriverla.
Un mio vecchio amico diceva che bisogna sempre girare con un registratore perchè non si sa mai quando possa saltar fuori una buona idea per una canzone.
Cent’anni fa succedeva che a volte, dopo dieci ore di lavoro nei campi, saettava un’idea; mi mettevo sul bordo del letto in mutande con la chitarra appoggiata sulla coscia e in cinque minuti era già nata una melodia e un testo...... e allora la chitarra neanche la sapevo suonar bene.
Ci voleva poi una buona oretta per ritoccarla, scrivere note e parole nel quadernino, riprovarla e godere di quella nuova esplosione di creatività.
Quando rimettevo lo strumento nella sua custodia rimaneva un segno curvo rosso sulla coscia nuda proprio dove la chitarra poggiava, un bel solco da toccare con la punta delle dita.
Alle volte guardo le ultime pagine bianche del quadernino e sento che una conclusione è necessaria ma per il momento impossibile da trovare.
E’ come un racconto che parte bene e ti aspetti che succeda qualcosa nel finale invece il finale non c’è e dentro ti viene un po’ freddo e ti vien voglia di vestirti con la giacca più pesante, uscire e andare al bar di Ponteniro e lì restare per sempre.