IL GIOCOCO DEL SILENZIO
Quella sera c’era la finale playoff del campionato provinciale e sinceramente non me ne fregava niente.
Il mio interesse per il calcio era evaporato da mesi e nonostante ciò continuavo ad essere il portiere titolare di una squadra dilettantistica.
Eravamo in finale perchè avevamo un discreto attacco e un’ottima difesa e di certo non per le mie parate plastiche.
L’ultima partita l’avevamo vinta 5 a 1 e mentre Kaiser, la nostra punta, segnava a ripetizione, io tra i pali pensavo che due mesi prima avevo smesso di dipingere.
Le macchie scure e fangose sui miei pantaloncini mi ricordavano gli intrugli di colore che creavo. Con una mano rabbiosa e pesante miscelavo colori nel piatto di plastica plasmando la tonalità che cercavo.
L’odore di tempera saliva imperioso nelle narici e io ne abusavo respirando a pieni polmoni come se da quell’essenza malsana provenisse la mia miglior ispirazione.
Quella sera arrivai al campo un’ora prima della partita, c’erano già tutti, tesi e cattivi come si dovrebbe essere prima di una finale.
Mi spogliai, mi misi la divisa e non aprii bocca, nessuno mi rivolgeva la parola, credevano tutti che il mio silenzio fosse dovuto alla concentrazione pre-partita ed invece i miei pensieri vagavano lontani dal campo di calcio.
Un tempo mi sarei anche emozionato per una partita ma quel giorno ogni mio entusiasmo calcistico era striminzito sotto una marea di altri pensieri.
Un po’ di riscaldamento poi cominciò il match, c’era tanta gente in tribuna, anche mia moglie.
Quando il primo pallone si infilò deciso alle mie spalle sentii un brivido e mi ritrovai lo sguardo dei miei compagni di squadra addosso.
Il fatto sconvolgente è che oggi non ricordo nemmeno quale fu la dinamica di quel gol: mi sforzo di ricordare, ma non mi viene in mente nulla a parte le magliette gialle fosforescenti della squadra avversaria.
Ricordo solo che avevo freddo e che tutti mi guardavano con una sconsolata rabbia che faceva paura e io rispondevo a quegli sguardi con un odio gelido che reprimevo nella gola soffocata.
Era una sensazione profonda e viscerale che non aveva ragione di esistere in quel contesto sportivo, avrei voluto essere lontano ed invece rimanevo tra i pali di una porta che non avevo voglia di difendere.
La mia mente generava pensieri assurdi quasi a farmi voler credere che in effetti ero concentrato sulla partita, come se io stesso mi stessi nascondendo da me stesso tramite una illusoria maschera.
Riuscivo a scorgere il profilo rigido e immobile di mia moglie che sembrava aver ricevuto una scossa paralizzante dopo il gol subito, lei era una grande tifosa di calcio e del sottoscritto.
Respiravo con affanno e la frequenza delle inspirazioni aumentava minuto dopo minuto.
Mentre la partita procedeva sentivo le urla degli spettatori assiepati intorno al campo, le grida dei giocatori in campo, gli insulti che lanciava mia moglie dalla tribuna.
Avrei voluto tapparmi le orecchie e piombare in un irreale e distendente silenzio.
Poi il secondo gol arrivò, puntuale e disarmante proprio quando Kaiser era andato vicino alla segnatura per ben due volte.
Questa rete la ricordo con più nitidezza: una bordata da lontano e la palla che si insaccava tra il palo e l’estremità delle mie dita distese.
D’improvviso piombò un surreale silenzio.
Raccolsi la palla dalla rete prima ancora di ricevere una qualsiasi occhiata dai miei compagni.
Rilanciai la palla verso il centrocampo e solo in quel momento vidi i denti serrati e gli occhi stretti di Koba che tratteneva una malcelata rabbia isterica.
Sentivo le vene del mio collo pulsare, avevo voglia di gettare via i guanti e di insultare tutti quelli che mi guardavano con quell’espressione cattiva; stringevo i pugni.
Volevo un barattolo di vernice rosa da gettare su una ruvida tela bianca e mentre colava il colore sbatterci violentemente la testa di Koba finchè non avesse smesso di stringere quei denti storti.
Quando la punta fosforescente tirò in porta per l’ennesima volta non mi mossi e la palla sfiorò il palo di pochi centimetri.
Tutti urlavano e sbraitavano perchè rimettesi in gioco la palla il più velocemente possibile.
Si sgolavano come pazzi e anche mia moglie si sbracciava apparentemente rinsavita dalla precedente scossa paralizzante. Respiravo a fatica sopraffatto da quella tensione urlante.
Koba mi guardò ancora , c’erano anche gli occhi pallati di Carlo che mi squadravano penetranti, poi la sagoma elettrizzata di mia moglie sugli spalti e una rabbia folle che mi straziava la gola.
Misi la sfera sull’angolo sinistro dell’area piccola.
Presi la rincorsa e quando arrivai sulla palla mi voltai e calciai violentemente nella mia rete.
Silenzio......ecco il silenzio che volevo.







STIMOLI A PERDIFIATO