sabato, 28 aprile 2007
toys A TOYS ORCHESTRA

"Technicolor dreams" è un cd magico, lo metti in loop infinito e non ti stanca mai.
Davvero bellissimo questo album dei "A toys orchestra".
C'è dentro un po' di tutto ciò che musicalmente mi piace: Brit-Pop, qualche goccia di elettronica, la semplicità ricorrente di una voce morbida sulle tastiere minimali e sulle chitarre acustiche, i cori ben costruiti e l'inserimento a tratti della voce femminile.
"Mrs. Macabrette" è uno dei migliori brani del cd, il testo decadente e quasi teatrale ben condito con le sonorità misteriose,ripetitive e ben curate.
"Invisible", brano con cui si apre l'album è una bella ballata dall'inizio sottile che cresce pian piano
fino ad esplodere magistralmente con un arrangiamento più corposo con cori e chitarre distorte.
Nota di merito per "Amnesy International" , brano che sembra scritto dai Beatles e nonostante
l'originalità del pezzo le sonorità mi hanno subito fatto ripensare a Lennon e compagni.
Godibile anche "Letter to Myself" (anche se ricorda molto un brano dei ColdPlay) e "Bug Embrace", ballata
orecchiabile dalle sfumature psichedeliche.
Nel complesso un ottimo album.
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categoria:musica
venerdì, 27 aprile 2007
imagesERMETISMO INVENTIVO

Di cose che si spengono
e di sospiri che si intuiscono
nelle semplicità che colma
il preludio ad un'innovazione futuristica
nella periferia rurale che mi basta

"Guarda le distese dei campi, perditi in essi
e non chiedere altro.
Lasci un'orma attraverso cui tu stesso
ti segui nel tempo e ti riconosci.
Correvi con la biga nei circhi.
E fosti pure un'ape delicata,
il gentile mantello che copri` le spalle di qualcuno.
Lascia tutto e seguiti."

Il Mantelloe la Spiga - F. Battiato
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categoria:poesia
lunedì, 23 aprile 2007
Senza-titolo-1BOOKOSKY
Miller si alzò sul letto d’improvviso.
Aveva sognato di essere inseguito dalle guardie svizzere nei pressi dei musei vaticani.
Le quattro birre e la bottiglia di vodka della sera prima stavano facendo effetto.
Si alzò anche se aveva la testa pesante come un macigno e cercò nella vetrinetta del salotto la bottiglia di rum .
Bevve un sorso lungo senza sentirne il sapore, sapeva bene che l’alcool non lo avrebbe fatto star meglio.
Erano le nove e mezza e doveva recarsi all’ufficio di collocamento per valutare alcune proposte di lavoro.
Uscì sul terrazzo in mutande con il gelo che saliva dalle gambe fino alla schiena e alle braccia.
Tornò dentro, si lavò, non si fece la barba, si vestì e uscì.
Ripensò a suo padre che un mese prima gli aveva detto che non sapeva più come fare con lui e che doveva imparare a stare al mondo….lo stesso mondo che lo aveva preso a calci in faccia da quando era nato.
Quando morì sua madre Miller aveva poco più di nove anni , non gli dissero niente fino al giorno del funerale .
“La mamma è partita per lavoro e rimarrà via per alcuni giorni”, così gli avevano detto
“Ok ” ed era corso in strada dove gli amici lo stavano aspettando per giocare.
In una giornata splendida con un sole estivo che incendiava strade e campi lo portarono al funerale.
La zia lo teneva per mano e piangeva piano.
Miller non piangeva, aveva appreso che sua madre era morta da circa un’ora e non si rendeva conto.
Il giorno dopo pianse per l’intera mattina mentre suo padre lo stringeva e stringeva i denti.
Entrò all’ufficio di collocamento alle dieci in punto con i soliti occhi tristi e l’odore di alcool lo seguiva come una scia.
Quegli occhi lucidi non potevano non farti pensare.
Tu li guardavi e sembrava che le lacrime si fossero cristallizzate lì per non scendere giù e per non asciugarsi mai.
Voi non ci credete…. ma io che li ho visti vi posso giurare che è così.
Cole dice che è la tristezza dei pazzi, io credo che Miller sia un buon ragazzo che ha svuotato i pensieri qualche anno fa , ora non sembra più lucido e vi assicuro che l’alcool non c’entra.
All’ufficio di collocamento non parlò con nessuno, uscì di nuovo in strada, estrasse la pistola e uccise una donna che camminava sul marciapiede con le borse della spesa.
Lei stava pensando a qualcosa di veramente bello perché sul volto le rimase per un po’ impresso un sorriso.
Le labbra della donna si allentarono dolcemente passando dalla dolcezza alla impassibile freddezza di un cadavere.
Cole aveva prestato la sua pistola all’amico circa tre mesi prima.
-          Mi vogliono far fuori – aveva detto Miller una sera
-          Cosa stai dicendo, chi ti vuol far fuori? – aveva risposto Cole
-          Vieni qui … ti prego… e porta la pistola –
Cole aveva riattaccato, era sceso in garage e in vestaglia aveva guidato fino alla Rock Avenue.
-          Apri Miller, sono Cole – aveva sussurrato bussando piano alla porta
Alle cinque e mezza di mattino Cole era un freddo pezzo di carne con un buco nel petto.
Giaceva freddo sul tappeto persiano che Miller aveva ricevuto in regalo dal suo primo datore di lavoro , il signor Crane.
Crane era davvero una persona gentile, stimava tutti i suoi operai, li rispettava e a Natale aveva la curiosa abitudine di regalare doni personalizzati per ogni dipendente.
L'anno precedente Miller aveva ricevuto un tappeto persiano color senape con finimenti blu, rossi e verdi.
Era davvero felice di quel regalo, forse era il regalo più azzeccato che gli avessero mai fatto.
Un po’ gli dispiaceva vedere che il tappeto si era macchiato e che forse poteva destare sospetti portarlo in tintoria con una macchia di sangue.
La cosa più giusta era avvolgerlo intorno al cadavere e gettare il tutto nella discarica, proprio come in quei film americani dove i killer hanno sempre a portata di mano un tappeto tre metri per due dove nascondere il corpo.
Troppa fatica, poi era troppo sbronzo.
Quando arrivò la polizia Miller era a non più di due metri dal cadavere della donna e a non più di dieci centimetri da una lattina di passato di pomodoro che era fuoriuscito dalle buste della spesa.
Lo arrestarono.
Il giorno seguente perquisirono la casa e trovarono da qualche parte il corpo di Cole.
La cella era quasi confortevole, non la doveva dividere con nessuno e poteva anche prendere in prestito dalla biblioteca del carcere dei libri e delle riviste da leggere.
La bottiglia di rhum, quella sì, gli mancava.
Sul viso i trentacinque anni di Miller sembravano essersi trasformati in cinquanta, quella barba incolta poi, non rendeva giustizia alla sua età.
Il giorno che suo padre venne a trovarlo Miller pianse fino a tarda notte, poi si addormentò e sognò di essere inseguito dalle guardie svizzere presso i musei vaticani.
Sognò anche che si sarebbe svegliato, vestito e si sarebbe presentato in ritardo all’uffico di collocamento per valutare alcune proposte di lavoro.
Quando aprì gli occhi cercò a tastoni la bottiglia sul comodino, si voltò , capì di aver sognato e tornò a dormire.
Dieci anni dopo era fuori….non uccise più nessuno… ma la cirrosi lo portò via.
Lo trovò il postino in terrazza che quasi aveva perso conoscenza.
-          Sa …postino…vado a trovare la mamma – diceva e stavolta non si sbagliava.
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categoria:racconto
giovedì, 12 aprile 2007
microfonoINCANTO IN CANTO
C’è poco da fare, il canto è una questione di sensazioni.
La respirazione diaframmatica è fondamentale e lo studio della tecnica indispensabile ma quello che ti fa veramente capire il modo corretto di cantare sono le sensazioni.
E’ una continua ricerca della sensazione necessaria per far risuonare l’aria nella maniera migliore, per affrontare un acuto mantenendo una posizione rilassata, per passare al falsetto senza alcuno sforzo, per far risaltare meglio i bassi.
Tenete presente che ogni volto è una diversa cassa di risonanza, che ogni voce ha una sua estensione, timbrica e caratterizzazione, che ogni persona ha una diversa conformazione fisica e fonetica.
E’ come avere uno strumento musicale inglobato all’interno di noi stessi e per usarlo al meglio è necessario conoscere è perfettamente il proprio corpo, le proprie posture, i propri muscoli, le proprie abitudini.
Allora cominci a cercare immagini e posizioni che consentano di trovare le giuste sensazioni: c’è chi pensa ad uno sbadiglio per ricreare la sensazione della gola aperta e rilassata, chi immagina di avere un uovo in bocca per ottenere la miglior risonanza nella cavità orale, chi abbandona completamente il mento per evitare un suono contratto, chi prima di affrontare un acuto ricerca la massima spinta degli addominali bassi immaginando stimoli ricreabili solo seduti sul WC, chi legge ad alta voce interi libri in falsetto per trovare la sensazione di massima naturalezza e potenza anche nelle note più alte.
Per non parlare della cura maniacale della voce da parte di alcuni cantanti: alcuni mangiano un’acciuga salatissima appena prima di cominciare a cantare, altri (me compreso) quasi quotidianamente bevono qualche goccia di erisimo (erba particolarmente indicata per curare laringiti), altri ancora fanno gargarismi con spremuta di limone e una goccia di miele .....insomma ognuno ha la propria tecnica curativa e le proprie scaramanzie.
Il bello del canto è che per cantare bene non devi leggere migliaia di pagine di tecnica ma in primo luogo devi imparare a conoscerti, capire come controllare la voce, saper muovere i muscoli facciali per far risuonare l’aria nella giusta posizione per ottenere le sonorità più brillanti, dosare il movimento del diaframma in concomitanza con l’articolazione dei suoni, rilassare la gola anche quando ti verrebbe naturale contrarla.
Così ti metti lì davanti allo specchio e provi e riprovi, non ti riesce l’acuto, ti irrigidisci e ti vien mal di gola ed è meglio che smetti di provare piuttosto che rovinarti la voce.
Passano giorni e giorni tra arrabbiature e bruciore alla gola, niente da fare, nessun risultato, poi un giorno ti metti a canticchiare pensando ai cazzi tuoi e ti esce il suono che volevi: hai trovato la sensazione!!!
Riprovi, l’acuto è timbrato e corposo, non ancora perfetto ma buono.
Riprovi ancora, ci sei quasi, ti appoggi sull’acuto e ti sembra di poterlo tenere per un minuto senza la minima fatica, c’è anche un accenno di vibrato: fantastico!
L’unica cosa a cui pensi è: “non perdere la posizione , non perdere la sensazione”, passa un giorno e non riesci più a ritrovarla, non hai più la stessa facilità e naturalezza nell’acuto, torna un po’ di mal di gola, torni ad arrabbiarti eppure hai ancora sulle labbra il ricordo di quell’acuto e di quel vibrato, come una magia in mezzo alla piattezza della tue scarse performances vocali.
Prendi un respiro e ti rimetti a provare, a cercare quella sensazione, quella magia di pochi secondi è diventata uno stimolo per continuare a fare vocalizzi idioti, ti metti libri da 1000 pagine sullo stomaco per allenare il diaframma e aspetti un’altra magia di pochi secondi.
Poi le magie avvengono sempre più frequentemente: ecco l’incanto del canto.
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categoria:musica
giovedì, 05 aprile 2007
respiroIL RESPIRO INCOMPLETO

Cinque telefonate di fila, scadenze, appuntamenti:
i pensieri reggono, la mente comincia a delineare
precisi schematismi, guardo l'orologio e procedo.
E' tutto calcolato al secondo, gli impegni sono perfettamente
incastrati uno dopo l'altro, devo scrivere in piccolo nelle
poche righe che il calendario giornaliero mi riserva.
Ci sta tutto, poca inventiva, molta precisione e metodo,
nessun dettaglio può essere tralasciato.
Comincio a programmare ogni minuto, so già che non potrò sforare,
ogni evento è incasellato in una posizione così stretta da non
consenstire alcuna possibilità di dilatazione.
Riesco a far tutto: perfetto!
Eppure tra i respiri avverto un accenno di affanno, tento di fare
una inspirazione ma non mi riesce così profonda come vorrei, è una sorta
di respiro incompleto che si nutre delle ansie dei miei momenti più
intensi e stressanti.
Ci vorrebbe un po' più di sole, una corsa all'aria aperta, una doccia e una
nuova inspirazione profonda in modo che l'aria arrivi fresca e curativa a
dissolvere le ansie e gli schematismi quotidiani.
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categoria:diario