BOOKOSKY
Miller si alzò sul letto d’improvviso.
Aveva sognato di essere inseguito dalle guardie svizzere nei pressi dei musei vaticani.
Le quattro birre e la bottiglia di vodka della sera prima stavano facendo effetto.
Si alzò anche se aveva la testa pesante come un macigno e cercò nella vetrinetta del salotto la bottiglia di rum .
Bevve un sorso lungo senza sentirne il sapore, sapeva bene che l’alcool non lo avrebbe fatto star meglio.
Erano le nove e mezza e doveva recarsi all’ufficio di collocamento per valutare alcune proposte di lavoro.
Uscì sul terrazzo in mutande con il gelo che saliva dalle gambe fino alla schiena e alle braccia.
Tornò dentro, si lavò, non si fece la barba, si vestì e uscì.
Ripensò a suo padre che un mese prima gli aveva detto che non sapeva più come fare con lui e che doveva imparare a stare al mondo….lo stesso mondo che lo aveva preso a calci in faccia da quando era nato.
Quando morì sua madre Miller aveva poco più di nove anni , non gli dissero niente fino al giorno del funerale .
“La mamma è partita per lavoro e rimarrà via per alcuni giorni”, così gli avevano detto
“Ok ” ed era corso in strada dove gli amici lo stavano aspettando per giocare.
In una giornata splendida con un sole estivo che incendiava strade e campi lo portarono al funerale.
La zia lo teneva per mano e piangeva piano.
Miller non piangeva, aveva appreso che sua madre era morta da circa un’ora e non si rendeva conto.
Il giorno dopo pianse per l’intera mattina mentre suo padre lo stringeva e stringeva i denti.
Entrò all’ufficio di collocamento alle dieci in punto con i soliti occhi tristi e l’odore di alcool lo seguiva come una scia.
Quegli occhi lucidi non potevano non farti pensare.
Tu li guardavi e sembrava che le lacrime si fossero cristallizzate lì per non scendere giù e per non asciugarsi mai.
Voi non ci credete…. ma io che li ho visti vi posso giurare che è così.
Cole dice che è la tristezza dei pazzi, io credo che Miller sia un buon ragazzo che ha svuotato i pensieri qualche anno fa , ora non sembra più lucido e vi assicuro che l’alcool non c’entra.
All’ufficio di collocamento non parlò con nessuno, uscì di nuovo in strada, estrasse la pistola e uccise una donna che camminava sul marciapiede con le borse della spesa.
Lei stava pensando a qualcosa di veramente bello perché sul volto le rimase per un po’ impresso un sorriso.
Le labbra della donna si allentarono dolcemente passando dalla dolcezza alla impassibile freddezza di un cadavere.
Cole aveva prestato la sua pistola all’amico circa tre mesi prima.
- Mi vogliono far fuori – aveva detto Miller una sera
- Cosa stai dicendo, chi ti vuol far fuori? – aveva risposto Cole
- Vieni qui … ti prego… e porta la pistola –
Cole aveva riattaccato, era sceso in garage e in vestaglia aveva guidato fino alla Rock Avenue.
- Apri Miller, sono Cole – aveva sussurrato bussando piano alla porta
Alle cinque e mezza di mattino Cole era un freddo pezzo di carne con un buco nel petto.
Giaceva freddo sul tappeto persiano che Miller aveva ricevuto in regalo dal suo primo datore di lavoro , il signor Crane.
Crane era davvero una persona gentile, stimava tutti i suoi operai, li rispettava e a Natale aveva la curiosa abitudine di regalare doni personalizzati per ogni dipendente.
L'anno precedente Miller aveva ricevuto un tappeto persiano color senape con finimenti blu, rossi e verdi.
Era davvero felice di quel regalo, forse era il regalo più azzeccato che gli avessero mai fatto.
Un po’ gli dispiaceva vedere che il tappeto si era macchiato e che forse poteva destare sospetti portarlo in tintoria con una macchia di sangue.
La cosa più giusta era avvolgerlo intorno al cadavere e gettare il tutto nella discarica, proprio come in quei film americani dove i killer hanno sempre a portata di mano un tappeto tre metri per due dove nascondere il corpo.
Troppa fatica, poi era troppo sbronzo.
Quando arrivò la polizia Miller era a non più di due metri dal cadavere della donna e a non più di dieci centimetri da una lattina di passato di pomodoro che era fuoriuscito dalle buste della spesa.
Lo arrestarono.
Il giorno seguente perquisirono la casa e trovarono da qualche parte il corpo di Cole.
La cella era quasi confortevole, non la doveva dividere con nessuno e poteva anche prendere in prestito dalla biblioteca del carcere dei libri e delle riviste da leggere.
La bottiglia di rhum, quella sì, gli mancava.
Sul viso i trentacinque anni di Miller sembravano essersi trasformati in cinquanta, quella barba incolta poi, non rendeva giustizia alla sua età.
Il giorno che suo padre venne a trovarlo Miller pianse fino a tarda notte, poi si addormentò e sognò di essere inseguito dalle guardie svizzere presso i musei vaticani.
Sognò anche che si sarebbe svegliato, vestito e si sarebbe presentato in ritardo all’uffico di collocamento per valutare alcune proposte di lavoro.
Quando aprì gli occhi cercò a tastoni la bottiglia sul comodino, si voltò , capì di aver sognato e tornò a dormire.
Dieci anni dopo era fuori….non uccise più nessuno… ma la cirrosi lo portò via.
Lo trovò il postino in terrazza che quasi aveva perso conoscenza.
- Sa …postino…vado a trovare la mamma – diceva e stavolta non si sbagliava.