YELLOW BOLOGNA (ovvero un giallo)
Chiuse piano il baule della Station Wagon.
Era un bell’uomo alto sulla quarantina con i capelli leggermente brizzolati, le mani grandi , i pettorali pronunciati e le braccia muscolose.
Per un uomo della sua stazza era stato davvero semplice caricare in macchina il cadavere.
La campagna intorno, che aveva assistito muta e indifferente all’omicidio, continuava a crogiolarsi al sole di un torrido giorno di agosto come se nulla fosse successo.
Salì in macchina, chiuse piano lo sportello lato guida, girò la chiave e partì lentamente per non lasciare sull’erba alcuna traccia dell’auto.
Mentre guidava tra le buche di quel viottolo di campagna, guardava insistentemente lo specchietto retrovisore come se temesse che il cadavere potesse in qualche maniera rotolare fuori dal baule in uno di quei sobbalzi.
Era da un mese che non pioveva e gli alberi di vite ai lati del sentiero sembravano chinati in preghiera a chiedere pioggia dal cielo.
Quando giunse all’incrocio con la strada asfaltata che portava a Budrio guardò diligentemente da entrambi i lati e si immise sulla carreggiata con una manovra lenta.
La provinciale era deserta, poca gente aveva voglia di viaggiare con quel caldo; alcuni rintanati in mutande nelle loro case con i condizionatori al massimo altri a bagno in piscina a difendere un piccolo ritaglio di vasca.
Il Sabato Pomeriggio di un soffocante mese di Agosto era un giorno perfetto per uccidere un uomo.
Il macero distava circa sette chilometri e in pochi minuti l’avrebbe raggiunto e lì si sarebbe sbarazzato del corpo.
La radio accesa trasmetteva una canzone italiana melodica e mielosa che rendeva ancora più insopportabile l’afa.
Il contachilometri segnava gli ottanta, il termometro sul cruscotto mostrava trenta gradi, la mano sul cambio era leggermente sudata, lo sguardo impassibile.
Alle volte, quando rimaneva in casa da solo, si metteva sdraiato sul divano a luce spenta e si chiedeva perchè la sua vita era solo un susseguirsi di guai.
In fondo non si riteneva un uomo cattivo, amava sua moglie e i suoi difetti, aveva sempre dato una mano agli amici in difficoltà, i soldi non mancavano, era in buona salute…ma erano quelle mani spesse e nervose che avevano creato i problemi, anche per il più futile dei motivi si stringevano a pugno e colpivano qualsiasi cosa: volti, porte chiuse, muri.
Mise la freccia e svoltò per una via secondaria che terminava con uno stradina ghiaiata e polverosa dalla quale saliva una nebbiolina incolore causata dalla gran afa.
Quando l’auto imboccò il sentiero sterrato l’uomo rallentò vistosamente scalando le marce ma la polvere grigiastra si sollevò ugualmente.
Si fermò dopo circa cinquecento metri lasciando la macchina in moto, scese e si guardò intorno.
Non c’era nessuno.
Il macero distava circa dieci metri dal viottolo polveroso, ora doveva agire in fretta.
Risalì al posto di guida, spense il motore e prese un paio di guanti incastrati tra i due sedili.
In quell’istante sua moglie iniziò a singhiozzare.
La guardò cupo.
- Cosa piangi? Sei stata tu a volere che finisse così! –
- …tu l’hai ucciso… – sussurrò isterica
Le labbra rosa di lei erano velate da lacrime dense e salate che scendevano copiose dagli azzurri occhi spenti.
Le mani si stringevano l’un l’altra appoggiate sopra le cosce.
Il sedile della Focus Station Wagon che avvolgeva la donna non si confaceva alle sue esili fattezze.
Lui saltò fuori dalla macchina e si infilò i guanti.
Aprì il baule e vide un omino rannicchiato che con gli occhi chiusi e le mani sotto il petto, pareva che dormisse.
Il sangue che usciva dal lato del ventre era appena un rivolo.
Anche lei scese dalla macchina e si trascinò fino al baule singhiozzando.
- …tu l’hai ucciso… – gemeva e le sue guance paonazze sembravano poter esplodere da un momento all’altro.
- Smettila di fare del casino e torna in macchina –
Lei si attaccò al suo braccio e si lasciò cadere per terra strisciando con le ginocchia sui sassi .
La spinse via con un calcio ma le sue mani parevano incollate ai suoi bicipiti.
- Vattene in macchina ! –
Singhiozzava, il volto era stravolto, le lacrime continuavano a scivolare sulle guance violacee.
Le mani stringevano con tutta la loro forza il braccio del marito che la spintonava col gomito nel tentativo di allontanarla.
Lei cadde a terra ma non smise di borbottare parole umide e incomprensibili.
Lui prese il cadavere agilmente, lo rigirò e quel piccolo uomo senza vita sembrava un bambino addormentato tra le braccia del padre.
Anna si attaccò ad una gamba del cadavere stretto tra gli avambracci muscolosi del marito.
Faticava a sorreggere contemporaneamente il cadavere e la donna avvinghiata.
Cercò di calciarla via ma non ci riuscì; rimaneva appesa al polpaccio del cadavere e a vederla da lontano pareva una bambina stanca e isterica avvinghiata alla gamba del fratellino in braccio al papà.
Ma la realtà voleva che quella gamba appartenesse ad un corpo senza vita tra le braccia di un energumeno con il quale aveva passato dodici anni della sua vita.
L’uomo ora era teso.
Lasciò cadere il cadavere e strinse la mano sul collo della donna finchè il viso paonazzo di lei divenne quasi nero e i suoi gemiti rimasero echi strozzati.
Quando l’ispettore Fantini esaminò i cadaveri di un uomo minuto e di un’esile donna ritrovati in un macero vicino a Budrio vicino a lui c’era un uomo alto, robusto,brizzolato sulla quarantina che singhiozzava “Ho ucciso solo per lei, solo per lei”.