mercoledì, 27 settembre 2006

m67157PROFUMO - STORIA DI UN ASSASSINO

Il film inizia buttando lo spettatore a capofitto nella misera realtà della Parigi povera di fine settecento.
La ricostruzione storica dei sobborghi sudici, dello stato di degrado, delle condizioni di vita della popolazione più povera è davvero magistrale.
Qui, nell'olezzo di un caotico e lercio mercato francese, inizia la storia di Jean-Baptiste Grenouille con la voce narrante che legge fedelmente le prime frasi del libro.
Già dall'infanzia Grenouille dimostra le sue difficoltà comunicative e la sua spiccata sensibilità olfattiva; proprio questa sua caratteristica si dimostrerà per certi versi una pregiata dote, riconosciuta anche da profumieri parigini, per altri versi una vera e propria ossessione che porterà il protagonista a compiere efferati delitti.
Grenouille è interpretato a in maniera a dir poco spettacolare da Ben Whishaw che con una recitazione favolosa fa sfigurare l'interpretazione del ben più blasonato Dustin Hoffman.
Inizialmente la trama appare un insolito racconto storico per poi assumere i contorni di una fiaba grottesca e terminare in maniera coinvolgente, inaspettata e surreale.
Alcune scene collettive nel finale (e non entro nei dettagli per non rovinare la visione di chi è intenzionato
ad andare a veder il film) dovrebbero entrare nella storia del cinema per la scelta dei costumi,
l'ambito storico e l'originalità della situazione.
Dopo il primo tempo molto bello ma abbastanza lento il film si evolve diventando ossessivo e incalzante e trascende nella fiaba grottesca nel finale sviscerando i significati più profondi del racconto e della figura del protagonista.
Film da non perdere e da vedere assolutamente al cinema. Voto:8,5

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categoria:film
mercoledì, 13 settembre 2006
Senza-titolo-1SOGNO VISIONARIO DI UN PENSIERO INFANTILE

La guardavo con aria ebete perché non aveva senso fare tutte quella pantomima per farmi mangiare.
Avevo un anno e già non sopportavo l’idea di arrivare al momento del pranzo imbavagliato come un salame, legato al seggiolone, mentre facce rassicuranti facevano volteggiare cucchiai di pappetta dentro la mia bocca simulando voli di aeroplani.
Effettivamente avevo qualche problema di manualità con il cucchiaio, ma era solo una questione di esperienza.
Il coordinamento degli arti non era di certo il mio forte, ma la teoria l’avevo già assimilata, non riuscivo a spiegarmi, ma i miei pensieri si muovevano più veloci della lingua.
Un problema fondamentale era spostarsi agilmente da una zona all’altra, così passavo la maggior parte del tempo nel mio letto con le sponde rinforzate oppure in braccio a personaggi familiari che con smorfiosi sorrisi plastici mi ripetevano le stesse cose.
Era come se avessi un fluido dentro di me che si trasmetteva non appena qualcuno mi sollevava dal mio lettino, repentinamente la voce grave del soggetto diventava infantile e sul volto comparivano sorrisi innaturali mentre ogni parola veniva intervallata da squittii gioiosi.
Io all’epoca impazzivo per i Led Zeppelin ma nessuno lo capiva così nel mangiacassette rosso ci finiva sempre “Lettera a Pinocchio” di Dorelli e tutta la compilation dello Zecchino d’oro.
Qualche sera mentre ero nel mio lettino e fingevo di dormire, dalla sala provenivano le sferzate magistrali della chitarra elettrica di Page e gli urli rochi di Plant, tutto ciò sì che mi scatenava per davvero.
Mi aggrappavo alle sponde e buttavo indietro la testa per smuovere la chioma folta di capelli che non avevo, ma poco importava, quello era il segno del rock che stava arrivando.
Seduto nel seggiolino posteriore dell’auto , stringevo i pugni e le meningi perché il nastro con la scritta rock si librasse in volo dal contenitore di cassette sotto il sedile per andarsi a infilare precisa e sublime nell’apertura dell’autoradio.
Non succedeva mai, eppure c’era un signore grosso e tedesco in televisione che concentrandosi pochi secondi piegava un cucchiaio, lui forse ci sarebbe riuscito.
Una sera arrivò in casa un amico di famiglia con una chitarra acustica per allietare la serata dopo una cena a base di tigelle e mascarpone.
“Con il nastro rosa” lo cantavano tutti e battevano le mani a tempo mentre lui sfregava il suo plettro sulle corde.
Durò poco la cantata cumulativa poi ognuno cominciò a parlare dei suoi interessi mentre con il tocco leggero di una carezza il chitarrista fece saltar fuori dalle sei corde l’intro di una canzone dei Pink Floyd, nessuno lo notò ma io sì.
Avevo un anno e la musica mi era già entrata dentro.
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categoria:racconto
martedì, 05 settembre 2006

imagesSEI MUSICALMENTE ALTERNATIVO?

Nel fashion-show degli anni duemila é molto in voga essere un tipo musicalmente alternativo, ma quali sono le regole per meritarsi tale appellativo:
1) Ascoltare tutto quello che non ascolta la massa.
Se una canzone scritta da un gruppo alternativo comincia ad essere trasmessa per radio
automaticamente il gruppo idolatrato fino a poche settimane prima passa nel dimenticatoio.
I Baustelle ne sono un caso emblematico.
Dialogo tra me e un tizio alternativo.
Io: "Ma tu non eri un fan dei Baustelle?"
Tipo Alternativo:"Adesso sono diventati commerciali e non mi piacciono piú"
Io: "L'ultimo album é davvero bello"
T.A.:"Il primo album era bello, ora sono proprio caduti in basso"
2) Alla richiesta "Che musica ascolti?" rispondere con parole composte e generi musicali
non troppo classificabili come emo-rock, post-punk, progressive-metal ecc. ecc.
3) Andare a festival musicali con grande affluenza delle masse, ascoltare le performance
dei semisconosciuti gruppi spalla e snobbare il concerto head-liner ritenendolo
troppo commerciale.
4) Disdegnare i video di MTV a parte quelli trasmessi nella sezione Brand New
5) Conoscere vita, morte e miracoli del leader di un gruppo semisconosciuto e
disprezzare i cantanti dei gruppi più famosi, in particolare Bono Vox.
6) Esaltare i film di Tarantino e Kubrick, in particolare "Le iene" e "Arancia meccanica"
7) Fare parte di un gruppo musicale e rifiutarsi categoricamente di suonare brani
famosi...appunto perchè poco alternativi.
 

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