
JAZZ (ritrovamento di un racconto)
“Davvero ti piace il jazz?” esplosi stupito sgranando gli occhi.
Era a dir poco inusuale trovare nell’affollato giardino estivo di una discoteca una ragazza a
cui piaceva questo genere di musica.
Amare il Jazz è come amare le opere esposte alla Tate Modern Gallery di Londra.
Appena entri nel primo padiglione ti chiedi cosa facciano quelle persone che immobili ammirano una catena di ferro appesa ad un anello nel muro.
Ti avvicini, leggi la targhetta dell’opera, aggrotti le sopracciglia e te ne vai pensando che anche tu potresti diventare un grande artista.
All’improvviso mi era balzata in mente l’idea di un ferro da stiro che penzolava dal soffitto e continuava a girare in moto perpetuo intorno al filo al quale era appeso.
Bastava intitolare l’opera “Il dominio del tempo” e vedere se quelli della Tate erano d’accordo a concedermi un padiglione.
La parola Jazz è come una chiave, arrivano dal nulla associazioni indefinite e devi prenderti qualche secondo per riordinare quel groviglio di pensieri.
C’era chi diceva che sono più quelli che suonano il Jazz che quelli che lo ascoltano, io non faccio nessun delle due cose però quando ho sentito uscire dalle sottili labbra di quella ragazza quelle due zeta sono stato percorso da un flebile brivido.
Ero curioso, pensai che tra pochi attimi quelle bocca adattissima per parlare di moda avrebbe potuto proferire parole come armonia, pentatonica, Keith Jarret e improvvisazione.
“Certo che mi piace….cosa ti sconvolge?”
“Niente…ma suoni qualche strumento?”
Ecco una delle altre mie associazioni che arrivava puntuale come il pendolino Milano – Roma delle otto.
“No…ho fatto un corso di chitarra da bambina…ma niente di più”
“Ah…” risposi quasi sottovoce.
Spalanco tutti i cassetti della mente e improvvisamente rimango senza parole.
“Ma di preciso che artisti ascolti?”
Spara una sequenza di nomi impressionanti, la maggior parte italiani e tra questi non c’è Keith Jarret e io perdo ogni punto di riferimento.
Sfodero un ulteriore ah detto sottovoce come se avessi pranzato almeno un volta con ogni persona inclusa in quell’elenco.
Me la vedo sulla sua Mercedes classe A nera mentre gira per le vie del centro ascoltando stonate trombe contorte impegnate in un assolo insensato mentre il contrabbasso cerca di tenere una linea melodica più fluida.
Mi presento, lei fa lo stesso e mi stringe la mano piano.
“Io sono di Latina ma mi trovo qui a Bologna per studiare scienze della comunicazione”
Le sorrido e fingo interesse per la materia che sta studiando all’università.
Ha dei denti bianchissimi e mi perdo nei pendii dolci del suo vestito che se avessi carta e penna verrebbe fuori la più bella poesia che abbia mai scritto.
Comincio ad approfondire la conoscenza, butto qui e là qualche battuta e alla fine l’unica cosa che annoto è il suo numero di cellulare.
Mi saluta con un bacio sulla guancia e ritorna sorridente dalle sue amiche che da qualche minuto si erano assiepate cinque metri dietro noi con la recondita intenzione di portarla via di forza.
Sono sereno, cammino verso il centro della pista e penso che domani potrei andare a comprare un libro sulla storia del jazz.
Alla fine quel libro non l’ho mai comprato e presumo che il suo numero di cellulare fosse falso visto che ogni volta che lo chiamo si attacca la segreteria telefonica di un certo Antonio.
Devo ammettere però che quando sono passato per Latina ho ripensato a lei, era vestita con un abito di lino trasparente e sul palco improvvisato di una piazzetta suonava una stonata melodia al Sax.
I musicisti dietro di lei, impegnati in una complessa ma fluida base ritmica sorridevano allo scarso pubblico.
Quello al contrabbasso in particolare si chiedeva come potessero due labbra così sottili spingere quel sax in quelle isteriche improvvisazioni.
Giudicami, giovane ed agre
cibo un po’ freddo ma buono da riciclare
madre virtù chiedimi aiuto, tu
Tratto da "Qualsiasi Aprile" di Moltheni