martedì, 28 febbraio 2006
imagesIL QUINTO ATTIMO
C’è quell’attimo dopo il risveglio che mi sembra tardi, poi un altro attimo in cui mi sembra Primavera.
Il terzo attimo è quando ho la certezza di essermi svegliato per andare a lavorare.
Poi ci sono minuti e minuti fino a quando arriva il quarto attimo, quello in cui apro la porta di casa
e sento un po’ di freddo sulla faccia.
Ho ancora la giacca invernale e sulla macchina c’è ancora uno strato impercettibile di ghiaccio che altera il colore metallizzato.
Anche i pensieri vanno in moto più lentamente e aspettano temperature migliori.
 
“La mente non può dormire, può solo giacere sveglia,
ingolfata, ad ascoltare la neve che si aduna
come per l’assalto finale.”
 
Tratto da “Insonnia invernale” di R.Carver
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sabato, 25 febbraio 2006
neveCARNEVALE INTERIORE
 
 
 
 
 
 
Di neve che scioglie maschere
ho nutrito il cuore
troppo stanco di carnevale
Così come sono apparirò
tra la nebbia padana
del mio dialetto
fluttuando sulla superficie
dell’arte
Fiori gialli tra le dita
per chi riesce a cogliere
tra sei corde e una voce
la dolcezza pacata
dell’essenza intima
nelle giornate uggiose dell’assenza
 
Tage 25/02/2006

Davvero ci sono momenti in cui l'onnipresente e logica rete delle sequenze casuali si arrende,
colta di sorpresa dalla vita, e scende in platea, mescolandosi tra il pubblico,
per lasciare che sul palco, sotto le luci della libertà vertiginosa e improvvisa,
una mano invisibile peschi nell'infinito grembo del possibile e tra milioni di cose,
una sola ne lasci accadere.

Tratto da "Oceano mare"  A.Baricco

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mercoledì, 22 febbraio 2006
ABBEYPAUL DEAD OR ALIVE ?
 
In giro per il web puoi imbatterti in leggende musicali che possono rasentare l’inverosimile o il ridicolo tipo la presunta “sfiga” portata da Masini oppure la somiglianza impressionante tra Billy Corgan  bambino e il ragazzino del telefilm Supervicky.
Tra tutte però la storia più inquietante è quella relativa alla presunta morte di Paul McCartney.
La leggenda vuole che nel 1966 il famoso bassista dei Beatles fosse morto in un incidente stradale e che gli altri tre componenti della band avessero deciso di tenere nascosta la notizia e di sostituire il defunto amico con un sosia.
Dal 1966 quindi il bassista degli scarafaggi sarebbe un certo William Campbell fisicamente e vocalmente molto simile a Paul.
A sostegno di questa leggenda ci sono vari indizi sparsi in alcuni album e nelle copertine dei dischi dei Beatles.
Tanto per citarne alcuni: nella copertina di Butcher Album Paul è l’unico dei Beatles ritratto in un baule (metafora della bara) ed ha una cicatrice sul labbro superiore che nessuno aveva mai notato prima, in Abbey Road i Beatles sembrano attraversino la strada come in una processione funebre dove John rappresenta il prete, Ringo colui che porta la bara, Paul il defunto e Gorge il becchino, inoltre sullo sfondo c’è una macchina targata 28IF-LMW(ovvero 28 anni SE fosse ancora vivo mentre LMW sta per Linda McCartney Widowed), in Yellow submarine il sottomarino appare come una bara sepolta nella terra, in varie altre copertine Paul appare ritratto con segni macabri addosso (mani che tramano sulla sua testa, fiore nero all’occhiello, sagoma di profilo rispetto agli altri di fronte ecc.)
Ma veniamo agli inquietanti indizi sonori: la celebre “All you need is love” termina con “Yeah, he's dead, we loved you yeah, yeah, yeah”, in Srtawberry fields forever si sente confusa la frase “I buried Paul” ovvero ho sepolto Paul, in “I’m the walrus” si sente una voce che riprodotta al contrario dice “Paul is dead”, ecc.
L’unica cosa divertente di questa celebre leggenda è l’album del 1993 di Paul McCartney intitolato “Paul is live” che in copertina riporta AbbeyRoad con una macchina parcheggiata e targata “51IS”.
LINK - http://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_morte_di_Paul_McCartney
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sabato, 11 febbraio 2006
dx1ASPETTA PRIMAVERA BANDINI
 
La prima opera di John Fante è un concentrato di America,Italia,povertà,religione
sogni e cruda realtà.
Personaggi terreni e sanguigni che lottano nella quotidianeità delle cose.
Storia di una famiglia povera in un freddo inverno americano: Svevo muratore capofamiglia
burbero e senza lavoro a causa della neve, la religiosa moglie Maria, i tre figli.
Nella miseria fatta di scarpe rotte, di una casa fredda, da debiti col salumiere
che aumentano sempre, si snoda la vicenda della famiglia Bandini.
Si avvicina il Natale, Svevo non rientra più a casa da giorni, la vedova più ricca e
bella del paese gli ha offerto di riparare un caminetto, ma in fondo quello che cerca
la donna è qualcosa di più di un semplice lavoro da muratore.
Svevo lotta con la sua coscienza, la moglie Maria rimasta sola in casa con i figli,
si dispera, prega, diventa isterica, Arturo, figlio maggiore,
combatte con la realtà di ogni giorno cercando l'amore della
compagna di classe  Rosa Pinelli.
Intorno si snodano le vicende minori
dei figli più piccoli meno ribelli e più inquadrati nei principi religiosi,
intanto orbita sulla famiglia la figura rigida di nonna Toscana dispensatrice
di critiche.
Il romanzo è il primo atto della storia di Arturo Bandini che verrà poi ripresa
nell'opera capolavore "Chiedi alla polvere".
A mio  parere "Aspetta primavera Bandini" è un libro imperdibile.
VOTO: 7,5
 
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categoria:libri, fante, bandini
venerdì, 10 febbraio 2006

MURPHY'S FEVER

La legge di Murphy recita "Se qualcosa può andar male lo farà"....ed infatti preciso come un orologio svizzero l'influenza è giunta per il week-end.

FEBBRE

Febbre
Corre tra le dita la mia febbre
Amico mio
Dimmi perchè
Cade
Sprofondando lento il corpo, cade
Sto bene io
Senza di me
Dormirò per esserci, meglio così
Febbre
Bagnami le labbra bianca febbre
Rimani qui
Dormi con me
Madre
Accarezzami la fronte, madre
Non sei più qui
Dimmi perchè
Partirò restando qui, meglio così
Strade
Salgono le voci dalle scale
La vita è lì
E ride di me
Sognerò per esserci, meglio così
Febbre
Rosso azzurro caldo freddo
Febbre
Amico mio
Sto bene qui
Dimmi perché

Timoria - 2001

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categoria:timoria
martedì, 07 febbraio 2006
Senza-titolo-1 JAZZ (ritrovamento di un racconto)
 
“Davvero ti piace il jazz?” esplosi stupito sgranando gli occhi.
Era a dir poco inusuale trovare nell’affollato giardino estivo di una discoteca una ragazza a
cui piaceva questo genere di musica.
Amare il Jazz è come amare le opere esposte alla Tate Modern Gallery di Londra.
Appena entri nel primo padiglione ti chiedi cosa facciano quelle persone che immobili ammirano una catena di ferro appesa ad un anello nel muro.
Ti avvicini, leggi la targhetta dell’opera, aggrotti le sopracciglia e te ne vai pensando che anche tu potresti diventare un grande artista.
All’improvviso mi era balzata in mente l’idea di un ferro da stiro che penzolava dal soffitto e continuava a girare in moto perpetuo intorno al filo al quale era appeso.
Bastava intitolare l’opera “Il dominio del tempo” e vedere se quelli della Tate erano d’accordo a concedermi un padiglione.
La parola Jazz è come una chiave, arrivano dal nulla associazioni indefinite e devi prenderti qualche secondo per riordinare quel groviglio di pensieri.
C’era chi diceva che sono più quelli che suonano il Jazz che quelli che lo ascoltano, io non faccio nessun delle due cose però quando ho sentito uscire dalle sottili labbra di quella ragazza quelle due zeta sono stato percorso da un flebile brivido.
Ero curioso, pensai che tra pochi attimi quelle bocca adattissima per parlare di moda avrebbe potuto proferire parole come armonia, pentatonica, Keith Jarret e improvvisazione.
“Certo che mi piace….cosa ti sconvolge?”
“Niente…ma suoni qualche strumento?”
Ecco una delle altre mie associazioni che arrivava puntuale come il pendolino Milano – Roma delle otto.
“No…ho fatto un corso di chitarra da bambina…ma niente di più”
“Ah…” risposi quasi sottovoce.
Spalanco tutti i cassetti della mente e improvvisamente rimango senza parole.
“Ma di preciso che artisti ascolti?”
Spara una sequenza di nomi impressionanti, la maggior parte italiani e tra questi non c’è Keith Jarret e io perdo ogni punto di riferimento.
Sfodero un ulteriore ah detto sottovoce come se avessi pranzato almeno un volta con ogni persona inclusa in quell’elenco.
Me la vedo sulla sua Mercedes classe A nera mentre gira per le vie del centro ascoltando stonate trombe contorte impegnate in un assolo insensato mentre il contrabbasso cerca di tenere una linea melodica più fluida.
Mi presento, lei fa lo stesso e mi stringe la mano piano.
“Io sono di Latina ma mi trovo qui a Bologna per studiare scienze della comunicazione”
Le sorrido e fingo interesse per la materia che sta studiando all’università.
Ha dei denti bianchissimi e mi perdo nei pendii dolci del suo vestito che se avessi carta e penna verrebbe fuori la più bella poesia che abbia mai scritto.
Comincio ad approfondire la conoscenza, butto qui e là qualche battuta e alla fine l’unica cosa che annoto è il suo numero di cellulare.
Mi saluta con un bacio sulla guancia e ritorna sorridente dalle sue amiche che da qualche minuto si erano assiepate cinque metri dietro noi con la recondita intenzione di portarla via di forza.
Sono sereno, cammino verso il centro della pista e penso che domani potrei andare a comprare un libro sulla storia del jazz.  
Alla fine quel libro non l’ho mai comprato e presumo che il suo numero di cellulare fosse falso visto che ogni volta che lo chiamo si attacca la segreteria telefonica di un certo Antonio.
Devo ammettere però che quando sono passato per Latina ho ripensato a lei, era vestita con un abito di lino trasparente e sul palco improvvisato di una piazzetta suonava una stonata melodia al Sax.
I musicisti dietro di lei, impegnati in una complessa ma fluida base ritmica sorridevano allo scarso pubblico.
Quello al contrabbasso in particolare si chiedeva come potessero due labbra così sottili spingere quel sax in quelle isteriche improvvisazioni.
 
 
Giudicami, giovane ed agre
cibo un po’ freddo ma buono da riciclare
madre virtù chiedimi aiuto, tu
Tratto da "Qualsiasi Aprile" di Moltheni
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categoria:racconto